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Blamus incontra Manu, voce dei Mama’S Anthem


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Ciao Manu, sei la voce del gruppo Mama’S Anthem, come è nato il vostro incontro e qual è il motivo che vi ha spinto a fare musica?

Ciao Ale, ci siamo incontrati grazie alla musica, perché abbiamo tutti “militato” in band e progetti reggae e ci siamo incrociati molte volte prima di metter insieme il progetto Mama’S Anthem. Ho pubblicato il mio primo EP a Marzo del 2014, prodotto nello studio di Piero Dread e poi ho cercato dei musicisti fra quelli che conoscevo appunto che volessero accompagnarmi per la presentazione live dell’Ep. Originariamente Mama’S Anthem era il nome della backing band mentre Manu la solista e la produttrice del progetto. Poi sono nati molto velocemente altri pezzi, c’è stato un momento di forte creatività, fino a che non abbiamo deciso di raccogliere tutte le idee e far uscire un disco.

Dopo pochi anni dalla vostra formazione è uscito l’album ‘Extended’: reggae soul e dintorni. Parlaci di come è stato concepito il tutto.

come dicevo molti pezzi sono nati per essere suonati live e siccome ognuno di noi ha delle attitudini e dei colori che influenzano ogni pezzo ne è venuto fuori una mescolanza che ha permesso di esplorare tutte le sfumature che ci interessavano. Una gamma di colori più estesa di ciò che lo stile reggae ci ha ispirato.

Perché avete scelto il nome Mama’S Anthem?

Anthem suona bene, oltre a significare Inno. è la modalità con cui sui palchi jamaicani il solista chiama i temi dei fiati, che solitamente hanno degli andamenti molto spirituali e altisonanti o anche scanzonati e allegri, ma sicuramente rappresentano quasi la voce solista del brano, almeno di quello strumentale. Mama è una parola rassicurante oltre che potentemente femminile e generativa. Forse un po’ scontata, ma in fondo il progetto proprio quello rappresentava, le parole e i pensieri di una Mama.

Come vedi la scena black italiana? C’è fermento?

Per esserci il fermento c’è, non è molto visibile forse. Io vedo che tra artisti forse ci si conosce anche poco di persona, ma sicuramente c’è voglia di seguirsi e supportarsi a vicenda. Vedo una produzione reggae sempre più in crescita e sempre più rivolta ad un gusto europeo e non solo italiano. Poi vedo anche un sacco di donne cantanti che ci mettono tanta passione e che per fortuna non sono interessate ai talent o ai suoi derivati, ma fanno ricerca e ci mettono il pensiero prima dell’immagine.

La musica in Italia: quanto è valorizzata e quanta ‘strada’ bisogna fare perché diventi un lavoro a tutti gli effetti?

Io questo non lo so, io ho deciso di far parte di questo mondo per passione, anche se mi rendo conto che solo lavorandoci su e sudando parecchio si riesce a tirar fuori delle idee e delle esecuzioni che meritano. Ma alterno periodi lavorativi differenti nella mia vita e se volessi ora vivere di musica dovrei fare altre scelte, studiare tanto e dedicare tanto tempo al creare qualcosa di ancora più solido.

Ti ringrazio per la tua disponibilità e prima di salutarti ti chiedo di lasciare un messaggio a chi sta leggendo l’intervista qui su Blamus

Io ringrazio te, Blamus e anche chi legge questa intervista, per aver dedicato del tempo ad una parte di me a cui tengo molto…le mie canzoni.

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