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Ma Sanremo è sempre Sanremo?


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Sono passate circa quarantotto ore dalle fine del 69° Festival del canzone italiana e ancora non si placano i commenti in merito ai risultati finali, al vincitore e chi è stato escluso e a chi, invece, ha scalato vertiginosamente la classifica. Noi di Blamus non  siamo soliti occuparci di musica “popolare” nella sua estrazione più elevata del termine, ma questa volta abbiamo un bel po’ di cose da dire ed approfitteremmo di questo spazio per dire la nostra. Di sicuro questa edizione verrà ricordata per il gran numero di artisti provenienti dalla scena rap italiana, come se quest’anno, quasi per magia qualcuno si fosse accorto che anche nella nostra piccola Italia esiste una scena Rap di tutto rispetto, fatta di artisti più mainstream e da una miriade di artisti che militano nel mondo underground o “indie” come si preferisce dire ora. Per noi che da anni seguiamo il mondo della musica nera in Italia è stata una grande soddisfazione vedere in scaletta nomi come Rancore, Ghemon, Livio Cori, Boomdabash, Shade, Achille Lauro e lo stesso Mahmood, per non parlare poi degli ospiti per la serata dei duetti, come Rocco Hunt, Gue Pequeno ed addirittura il “ritorno” dei Sottotono. Questo è stato davvero un festival con una quantità enorme di artisti della scena alternativa, di quella che di solito restava sempre fuori dal palco dell’Ariston, nonostante spesso riempisse l’etere delle proprie vibrazioni. Certo non abbiamo visto i soliti Boombdabash, o il classico Ghemon o l’imprevedibile stile di Shade nel modo in cui di solito siamo avvezzi a sentirli nei loro live o nello loro precedenti produzioni. Una buona parte di questi artisti ha “giustamente” dovuto adattare il proprio stile a quello della kermesse sanremese, dovendo magari, smussare il proprio linguaggio più diretto o cambiandolo addirittura come hanno fatto i nostri cari Biggie e Paya che hanno scelto l’italiano al patois e al salentino e con cui sono riusciti ad arrivare a tutto il pubblico nazionale  e non solo ad un piccolo gruppo di funs della prima ora.

Anche Il criticatissimo Achille Lauro ha optato per un pezzo punk-rock piuttosto che trap ed anche questa, a mio modesto parere, è stata una scelta azzeccata. Poi che nel pezzo si parli di un’auto, di uno status symbol o di droga poco importa, in quanto, nel 2019 non dovrebbero essere queste le cose a fare scandalo o da censurare bigottamente. Ghemon poi, ha lasciato un po’ da parte i suoi incastri metrici per dare spazio ad atmosfere più new soul ed avvolgenti nella sua “Rose Viola”. Rancore ha invece dimostrato che fare rap “come Cristo comanda” non è cosa che posso fare tutti..ma lui si e lo ha fatto sul “sacro” palco dell’Ariston trattando con Daniele Silvestri una tematica molto seria e portandosi a casa un bel po’ di premi.

E poi c’è lui, Mahmood il vincitore che non ci credeva, il ragazzo tranquillo che a Sanremo ha raccontato una storia quanto mai attuale. Una storia che magari non ha vissuto in primissima persona, visto che lui è ITALIANO, ma che sicuramente tanti ragazzi della sua età vivono ogni giorno nella ricerca di un futuro migliore lontano dalla propria terra! E allora il popolino italico giù con le critiche, tutti pronti ad additare allo “straniero” a chi toglie anche la musica ai nostri connazionali…perché lo sappiamo sempre “prima gli Italiani”. Ho letto e visto di tutto sui social e sempre più mi rendo conto di quanto questa subdola vena di razzismo, di intolleranza culturale stia penetrando all’interno di questa società, nel cuore di un popolo, quello italiano, che da sempre è stato genitore di scrittori, artisti, santi, ladri ed emigranti. Ma la storia è una di quelle materie che si dimenticano facilmente,…perché non serve per lavorare o almeno così crediamo quando usciamo dai banchi di scuola e proviamo ad inserirci nel mondo del lavoro. Ed è così che ti ritrovi a trenta o a quarant’anni a dire “..ma non doveva vincere lui..”! Grazie al cielo quest’anno contava molto di più il voto della critica e degli esperti di settore, che in questo giovane italo-egiziano hanno visto una nuova promessa della nostra musica! Adesso sarà il tempo, saranno le radio (soprattutto quelle ancora rimaste libere) e sarà il pubblico che sa ascoltare a decretare il definitivo successo di Mahmood o la sua sconfitta. Di sicuro questa edizione del festival 2019 la ricorderemo per essere stata un’edizione di rottura, consapevoli che a volte anche da una semplice canzone possano nascere grandi idee per cambiare il mondo.

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