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Ashèblasta: tradizione e innovazione…e la musica è servita!


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Ci sono artisti che nascono con un determinato talento e sapendolo sfruttare possono arrivare a fare grandi cose. E poi ci stanno altri che credono poco al talento ma preferiscono basare la propria crescita sul lavoro costante, sullo studio approfondito e ricercato e sul l’applicazione quotidiana. Tutto ciò comporta grossi sacrifici ma altrettante soddisfazioni. Questa è una storia che si ripete nel tempo…e diciamolo pure, è la storia di Roberto Chiga.
Ci incontriamo in un caldo pomeriggio di giugno in un pub a Lecce e con lui c’è Pantu, fondatore e anima di Rest In Press, etichetta indipendente con cui Roberto ha deciso di far uscire le sue ultime produzioni. “Prendiamoci subito una birra, così è più facile parlare”…Questo è l’esordio e poi è subito un fluire di parole scadenzate, senza fretta. Capisco immediatamente che ho davanti una persona che del tempo ne ha saputo fare un’arte e nel suo raccontarsi c’è tanta tradizione e tanto rispetto per le radici, siano esse quelle personali o quelle artistiche su cui si pianta la sua storia.

Raccontami un po’ come ti sei avvicinato alla musica e in che modo hai poi deciso di dedicarti allo studio di uno strumento così particolare come il tamburello.

Ho sempre ascoltato musica ed ho avuto la fortuna di avvicinarmi al mondo del rap, delle posse e della musica italiana più undergroud, grazie ai miei cugini che vivono a Milano e l’estate, quando ero ragazzino, mi portavano tutta una serie di cassettine. In questo modo ho potuto ascoltare cose che si sentivano poco nel mio paese. L’input per iniziare a suonare, però, è arrivato all’età di quattordici anni, quando durante un concerto dei Ghetonia a Zollino, credo nel ’93, vidi il tamburellista Pierangelo Colucci (che poi divenne il mio maestro), eseguire un virtuosismo con il tamburello…quel classico “trillo” che si ottiene facendo scorrere velocemente le dita lungo il perimetro dello strumento. Venne fuori un suono quasi ipnotico che mi stupì per la sua potenza ed energia. L’anno successivo, durante il primo anno di scuola superiore, decisi di partecipare ad un corso  extracurriculare di teatro in vernacolo. Un giorno Luigi Schito, il responsabile del corso, portò tutta una serie di strumenti tradizionali che ognuno di noi doveva utilizzare per scandire il tempo durante la recitazione. Dal sacco tirò fuori anche un tamburello ed io dissi che quello doveva essere il mio strumento. Luigi capì dall’inizio che ero interessato e mi spinse ad esercitarmi a casa ripetendo sempre lo stesso movimento. Mi allenai su qualunque cosa, dalla gamba, al diario, dai vassoi di carta alle teglie di lamiera del forno di mio padre e dopo tutte quelle prove appena ebbi l’occasione di riavere tra le mani quel tamburello riuscì a fare il “fantomatico trillo” di Colucci ad una velocità assurda. Luigi restò così colpito da questa mia performance che mi propose di suonare con il suo gruppo e da quel momento il corso di teatro diventò un corso di teatro e musica. E fu così che dal voler diventare un teatrante sono finito per essere un “musicante”…un vero e proprio operaio della musica.

Ormai da tempo si cerca di “contaminare” quasi tutti i generi musicali al fine di creare sonorità sempre più nuove. Come vedi e come vivi il concetto di “contaminazione”?

Posso dirti che il termine “contaminazione” non mi piace molto perchè mi sa di malattia..di ospedale, però, sono convinto che non esista una musica in un luogo e in un momento. La musica si è evoluta sempre nel corso degli anni, ha fatto sempre viaggi assurdi. Noi ad esempio come musica tradizionale suoniamo scottish, valzer, mazurche e polke, che sono danze nordeuropee o dei Paesi dell’Est e comunque estranee alle nostre tradizioni. Per assurdo la musica più riconosciuta come tradizionale, la quadriglia, che si usa molto di più nella Valle d’Itria, è una danza che proviene dal Nord della Francia e noi la suoniamo come danza tradizionale “nostra”, anche se ne abbiamo adattato i passi. Pertanto dire che si sta facendo contaminazione o che non si sta facendo contaminazione e si sta facendo tradizione di per sé è un concetto che non ha tanto senso, perchè comunque siamo influenzati da tantissima musica. Comunque sono dell’idea che la “contaminazione” sia una buona cosa.

Cosa ti fa divertire nel produrre musica?

Innanzi tutto devo avere uno stimolo che possa spingermi a produrre qualcosa. Solitamente cerco di prendere una direzione sin dall’inizio e seguo quella direzione se mi rendo conto che ci posso suonare sopra. Nel momento in cui capisco che quel qualcosa non è per me suonabile, allora mollo quella direzione. So che potrei non avere la giusta voglia per andare avanti. Fino ad oggi le cose che ho prodotto sono tutte tracce su cui io posso suonare e questo, obiettivamente, mi fa divertire molto.

Il tuo ultimo progetto si chiama Ashèblasta? Perchè la scelta di un nome che richiama fortemente un piatto antichissimo della tradizione grica?

La “sceblasti” (focaccia condita, preparata generalmente con semola di grano duro, principalmente di varietà “Capinera” e/o “Senatore Cappelli”, acqua, olive di varietà “Ceina di Nardò” e “Ogliarola Leccese”, olio extravergine di oliva ottenuto dalle stesse varietà, cipolla, zucchine, peperoncino, zucca gialla, sale e capperi. n.d.r.) ha sempre fatto parte della mia vita sin da piccolo perchè mio padre, che era il fornaio del paese, la preparava quotidianamente. E a quanto sostenevano tutti, la sua ricetta era davvero insuperabile. Lui aveva utilizzato una ricetta antichissima e quando hanno iniziato ad assaggiare la sua versione, molti hanno riscoperto un sapore arcaico che si era quasi completamente perduto. Poi nello scrivere questo nome ho scelto di farlo con l’SH che è un riferimento ben diverso dalla sceblasti di Zollino. E poi la desinenza “blasta” richiama lo slang americano del “ghetto blaster o blasta”. Alla fine tutto questo mi sembrava un punto di unione tra la tradizione e l’oltreoceano o quello che era la cultura dell’hip hop a cui ho sempre guardato con molta attenzione e curiosità.

Con questo progetto stai lavorando al tuo primo album di cui è uscito in questi giorni il primo singolo “Disperge”.

Disperge” è il mio brano d’esordio, pubblicato da Rest In Press e disponibile su tutte le piattaforme digitali. Il brano vede la partecipazione di un giovane rapper otrantino Pietro Neos, autore dei testi e già membro del collettivo Float A Flow, oltre al contributo di Valerio Combass, bassista degli Apres la Classe. Quando ho iniziato a lavorare al pezzo avevo buttato giù una batteria, un giro di basso, un cambio e qualche altra cosetta e funzionava già anche senza voce. Poteva essere un ottimo beat. Poi un giorno, fedele sempre alla mia idea di poter suonare sulle basi che produco, ho iniziato a non apprezzare più quella versione e allora ho cancellato tutto dal pc, nel vero senso della parola, ed ho rifatto la base in una versione più etnica e l’ultima parte era diventata quasi una tammurriata dub a cassa dritta. Questa versione l’ho mandata a Combass che ha realizzato il suo giro di basso. Appena ho sentito il giro di Valerio mi è venuta la pelle d’oca e mi sono reso conto che la batteria non andava più bene, per cui ho cancellato nuovamente i file per non avere rimorsi ed ho rifatto tutto di nuovo migliorando anche la parte in cui entra il canto tradizionale. Il sample che ho scelto è preso da un pezzo dei Ghetonia, proprio quel gruppo che mi aveva folgorato da ragazzino. Come vedi tutto torna nella vita. La voce poi ancora non era contemplata e quanto Pietro mi ha mandato una prima bozza registrata al volo con il telefono ho capito subito che la storia poteva funzionare. E’ venuto in studio ed abbiamo registrato. Alla fine mi sono ancora più convito che quel pezzo dovesse essere il mio primo singolo e fosse necessario farlo uscire il prima possibile. Da un’idea praticamente campata in aria è nato un prodotto che innanzitutto mi piace e poi sto vedendo che riscuote il gusto anche di chi lo ascolta con la dovuta attenzione.

Stai lavorando attivamente al tuo disco? Hai già stabilito quante tracce ci saranno? Hai valutato altre collaborazioni?

Non ho ancora idea di quante tracce metterò dentro. Contiamo di far uscire un altro singolo nelle prossime settimane per poi venir fuori per fine estate o per l’autunno. Di sicuro c’è un altro brano sempre con Pietro Neos, un pezzo molto particolare ed originale anche nella sua forma “musicale”. Si parte quasi da un’invocazione per sfociare poi in un vero e proprio party pseudopopolare. Avrò sempre la collaborazione di Valerio Combass, il mandolino di Peppo Grassi. Sto lavorando anche ad un altro brano che unirà la nostra musica tradizionale con un genere “tradizionale” che arriva dalla Colombia per dar vita poi alla fine ad un qualcosa che sarà la fusione dei due generi. Sappiamo benissimo che la nostra pizzica viene snobbata perché è nostra mentre andiamo a ballare il reggaeton o la musica latino-americana perché è straniera…eppure sono la stessa cosa. Del resto l’erba del vicino è sempre più sballante!. Continuando a parlare dell’album avrò il piacere di inserire in un altro brano, la voce del maestro Uccio Aloisi e gli scratch del mio amico e mentore Dj Gruff. Con lui ho sempre avuto un rapporto speciale e non potevo, dopo tutto quello che abbiamo fatto assieme, non avere un suo segno sulle mie produzioni.

Pensi di far uscire qualcosa in vinile, dato che questo supporto è ritornato tanto in voga negli ultimi anni?

Di sicuro faremo uscire qualcosa in vinile. Non credo il singolo, anche se mi piacerebbe molto. Sono più dell’idea di tirare fuori un bel 12 pollici con più tracce, magari anche con qualcosa di solo strumentale. La copertina dell’album sarà curata da un mio carissimo amico, Marco Cito, fumettista, disegnatore, writer e grafico di indiscutibile livello, che ha già curato la cover per “Disperge”. Per ora cercate “Disperge” su tutte le piattaforme digitali ma restate connessi perché arriveranno le sorprese anche per i collezionisti del vinile.

Nel concludere l’intervista, Roberto mi fa vedere una foto dal suo smartphone in cui sono presenti lui con il suo tamburello, Frank Nemola con la sua tromba e Dj Gruff con un minigiradischi intento a fare gli scratch, tutti e tre seduti su una panchina di un piccolo parco a New York di notte. Beh ques’immagine è stata per me la sintesi perfetta di quella che è la storia di Ashèblasta. C’ho visto dentro la musica tradizionale salentina amalgamata ai tagli graffianti di un pilastro della scena rap nostrana sotto il cielo della città che ha visto nascere la cultura hip hop e continua con il suo silenzio rumoroso a proteggerla nel tempo.

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